Come suona davvero la nostra voce
[Onde #233] Tra ideale e reale c’è uno spazio che spesso usiamo per metterci sotto pressione.
Quante volte ci siamo sentiti dire: “devi trovare la tua voce”. È uno di quei consigli che sembrano profondi e motivanti, ma che a volte diventano un peso. Perché dentro quella frase si nasconde un’idea implicita: che la tua voce, così com’è adesso, non vada ancora bene.
Magari in alcune fasi è anche vero. Ma finisce che ci concentriamo molto su come suoniamo fuori. Vogliamo una scrittura più incisiva, il tono più autorevole, la presenza più sicura in video. Ci osserviamo come se fossimo spettatori di noi stessi, alla ricerca di una versione migliore e più allineata a quello che immaginiamo debba essere “la nostra voce”. Intanto dentro la testa continua a parlare un’altra voce, molto meno indulgente.
Quella che ti dice che sei troppo confus*, troppo poco brillante. Quella che riascolta un audio e si concentra solo sulle esitazioni. Che rilegge un testo e vede soltanto ciò che manca.
È curioso: lavoriamo sulla comunicazione verso gli altri, ma spesso il dialogo più duro è quello che abbiamo con noi stessi.
E allora forse il punto non è trovare una voce nuova, ma rivalutare quella che già abbiamo. Accettare che la distanza tra ideale e reale esiste, e che non è un difetto da correggere in fretta e furia. È uno spazio di crescita, certo, ma anche di umanità.
Mi accorgo che molte frustrazioni nascono proprio da lì. Dal confronto continuo con una versione ideale di sé. Con l’oratore fluido, la scrittrice sempre centrata, il professionista impeccabile. E nel frattempo la voce reale resta in sottofondo, come se dovesse aspettare il momento giusto per uscire.
Ogni voce ha inflessioni, pause, piccole imperfezioni che la rendono riconoscibile. Lo stesso vale per la scrittura: c’è un ritmo che ti appartiene, un modo di costruire le frasi e scegliere le parole. Quando provi a forzarlo per aderire a un modello esterno, si sente.
Fare pace con la propria voce significa darle spazio adesso e accettare che ogni tanto tremi, che inciampi e non sia perfetta. Significa smettere di usarla come prova del nostro valore e iniziare a considerarla uno strumento vivo, in evoluzione.
Una voce non è un prodotto finito, è un processo. Ed è proprio questa la gran figata!
Quando smetti di combatterla, succede qualcosa di interessante. La scrittura diventa meno rigida. Il corpo in video si rilassa. Le parole smettono di essere una performance e tornano a essere un ponte. Non perché hai trovato la formula perfetta, ma perché hai tolto un po’ di pressione.
Forse questa è la vera maturità comunicativa: non rincorrere una voce ideale, ma abitare quella reale con più gentilezza. Accettare come suona dentro la testa, prima ancora di preoccuparsi di come verrà percepita fuori. Perché la coerenza più solida non nasce dall’imitazione, ma dalla familiarità con sé stessi.
E da lì, paradossalmente, la voce si affina davvero. Non per sforzo, ma per continuità.
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🌊 L’Onda giusta
Ho trovato molto interessante l’ultimo saggio scritto da Dario Amodei (CEO di Anthropic). Senza fare né l’indovino né il venditore, il “papà” di Claude - una delle intelligenze artificiali più usate - prova a parlare di AI partendo da una metafora molto chiara: siamo nell’adolescenza della tecnologia. Abbiamo già in mano strumenti potentissimi, e la domanda vera è se la nostra società (politica, economia, cultura, regole) sia abbastanza “adulta” per usarli senza combinare disastri.
Sistemi più bravi di noi in moltissime cose, capaci di agire nel mondo digitale, sono potenzialmente vicini nel tempo: lui parla di 1-2 anni come possibilità, non come certezza.
Amodei poi mette sul tavolo cinque famiglie di rischi. Quelli legati all’autonomia dei modelli (quando fanno cose che non vogliamo), quelli legati all’abuso da parte di singoli o gruppi piccoli, quelli legati all’abuso da parte di Stati e grandi organizzazioni per controllo e potere (sorveglianza, propaganda, armi autonome), poi lo shock economico (lavoro e concentrazione della ricchezza) e infine gli effetti indiretti: cosa succede quando acceleri la scienza e il resto della società non riesce a stare dietro.
La sua è una riflessione che consiglio di leggere a tutti, anche a chi non lavora nell’AI. La tecnologia corre sempre più veloce delle nostre abitudini, quando aspettiamo che i problemi diventino evidenti, di solito è tardi. E infatti Amodei spinge molto su cose poco sexy ma fondamentali: trasparenza, controlli, regole mirate (senza teatrini), e un’assunzione di responsabilità che non può essere lasciata solo alle aziende.
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💡 I link della settimana
💻 Lavorare - Come fermare le allucinazioni dell’IA? 4 metodi per evitare che inventino. Se ti capita l’AI “sicura di sé” mentre si inventa mezzo mondo, qui trovi alcuni antidoti pratici: farla lavorare su documenti veri, chiedere un secondo parere a un altro modello, separare scrittura e verifica.
📱 Social - Come coltivare la creatività dei contenuti. Idea semplice ma potente: prima brainstorm senza freni, poi taglio realistico (budget/tempi/risorse). E soprattutto: la creatività muore quando in team ci si sente giudicati… quindi va protetta anche a livello di processo, non solo di “talento”.
🛠️ Il tool - Brandfetch. Quando ti serve al volo il kit di un brand (logo, colori, asset), invece di scavare su Google e trovare mille versioni sbagliate: cerchi il nome o l’URL e te lo raccoglie in modo ordinato. Se lavori con design/slide/newsletter è una scorciatoia niente male.
📚 Leggere - Letteratura palestra di libertà. Un consigliatissimo (!) Orwell che parla di letteratura e libertà come cose concrete: perché scriviamo, cosa significa leggere, dove finisce l’arte e dove inizia la propaganda, e perché il linguaggio conta (anche politicamente). Un libro che ti rimette dritta la schiena, senza fare il professore.
✍🏻 Scrivere - Tre tecniche narrative per scrivere una storia. “Mostrare, non raccontare”, l’iceberg di Hemingway e la pistola di Čechov: stili diversi utili per le prossime storie che scriverai.
🎧 Ascoltare - Cenni storici per fare lo splendido. Un podcast culturale, dal concept simpatico e leggero: pillole di storia da usare quando vuoi fare bella figura con gli altri senza spararti due ore di lezione. Raccontate dallo “storico da bar” Guido Damini.
🌊 Mare - Le radici di tutti noi che non si vedono. Nella nuova puntata di Blu Mediterraneo parlo di un interessante progetto di riforestazione marina che sta dando risultati oltre le aspettative. Una storia di ricerca, pazienza e mani sott’acqua
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La ricerca della propria voce, soprattutto sui social é un concetto che mi trovo spesso a sottolineare con i clienti e che, come dici tu, mi è risultato complesso ritrovare nel tempo per me stesso . C’è stato un momento in cui abitare i social mi è risultato complesso perché mi sentivo in ritardo. Troppe voci autorevoli che producevano più contenuti, su più piattaforme. Anche qui inizialmente ho avuto questa sensazione, pian piano è scomparsa perché ho fatto pace con me stesso e trovato il filo di Arianna che univa le mie passioni e la mia professionalità e tutto é sbocciato (almeno dal mio punto di vista. Forse anche scrivere non per forza per qualcuno e quindi senza “inseguire” aiuta).