Il momento della partita in cui decidi di iniziare a giocare può determinare in maniera pesante il tuo risultato finale. Questo indipendentemente dai tuoi reali meriti o demeriti.
Mi appoggio a una similitudine “sportiva” per riflettere con te sul ciclo di vita che hanno le piattaforme e i canali che scegliamo per la nostra comunicazione e per i contenuti su cui tanto sudiamo. Lo faccio perché noto sempre di più un certo livello di frustrazione e potrei dire anche sofferenza - perché pure ciò che è virtuale è vivo dentro di noi, anzi sta diventando quasi preponderante - in relazione alla dinamica: io pubblico, pubblico, pubblico, ma niente...
A volte è necessario però fermarsi un attimo, aver chiaro il contesto, capire dove possiamo arrivare noi e dove non è più nostra responsabilità, quindi agire di conseguenza. Con la consapevolezza che, nel bene o nel male, tante volte non siamo noi il problema. Potremmo quindi non diventare la firma più letta del web, ma almeno torniamo a stare bene con noi stessi e a fare le cose con piacere semplicemente perché ci appassionano.
La mia curiosità mi ha sempre portato a provare subito tutti i nuovi strumenti o canali - sono quello che in gergo viene definito un early adopter - e ormai ho anche una “certa” età per poter dire di aver assistito più volte a questo ciclo e che mi permette di riconoscere gli schemi ricorrenti. Che sia Facebook prima, Twitter e Instagram poi, Tik Tok e ora Substack per chi ama la scrittura.
Senza usare termini tecnici o astrusi, potrei dire che le piattaforme social su cui viviamo e portiamo la nostra vita personale e professionale hanno di solito questa evoluzione: c’è un “prima”, che a sua volta dividerei in un prima-prima (ovvero quando ci si trovano solo i pionieri ed è un ambiente solitario e poco movimentato) e un prima-inizio (ovvero quando c’è aria di fioritura e si intravedono le potenzialità di un nuovo mezzo); segue quella che potremmo chiamare “maturità”, che ha una prima fase splendida (si trovano contenuti bellissimi, si scoprono cose nuove e interessanti e si ha visibilità e possibilità di crescita anche se si è piccoli), insomma una sorta di golden age, cui segue un secondo periodo decisamente più caotico, ovvero quando arrivano tutti, diventa un canale di massa, si fa fatica a far tutto (trovare cose interessanti e non sbobba rumorosa e inutile, ma anche farsi notare) e prevale la frustrazione; l’ultima fase, che ne deriva, non la chiamerei morte, perché questi canali continuano a essere vivi a modo loro, ma perdono certamente di vitalità e quindi parlerei di ristagno o stasi: è il momento in cui per molti vince la noia e l’abbandono ma è anche la fase in cui si riabbassa il rumore e restano quelli che davvero ne traggono beneficio. Nella maggior parte dei casi si tratta di chi si è costruito pubblico e numeri nella prima fase della piattaforma o di chi se li porta dietro in massa da altri canali. Quest’ultimi di solito sono quelli che arrivano quando percepiscono quella che ho definito golden age, perché “ormai sono tutti lì e ci devo essere anche io”.
Spiegato in poche parole.
Le fasi che ho grossolanamente descritto sono la superficie di un meccanismo solo. Una piattaforma, in qualunque momento della sua vita, ha un problema da risolvere e premia chi glielo risolve. Ti paga in distribuzione, che per chi pubblica vale quanto il denaro. All’inizio il suo problema è essere vuota, quindi ti regala visibilità pur di convincerti a riempirla. Poi si riempie e il problema diventa un altro: tenere le persone dentro il più a lungo possibile, in mezzo a una quantità di roba che nessuno riesce più a guardare tutta. Alla fine deve guadagnare e la visibilità si vende. L’algoritmo cambia ogni volta che cambia il problema di chi lo scrive, e noi ce ne accorgiamo con mesi di ritardo.
C’è quindi anche una ragione tecnica dietro il senso di inadeguatezza che ci assale. Se ci pensi, gli unici dati che abbiamo riguardano noi. Vediamo like o commenti che non arrivano, ma non vediamo la curva di tutti gli altri: non sappiamo se quella settimana è scesa a chiunque pubblicasse lì dentro. E soprattutto nessuno dalla piattaforma ci manda mai un messaggio per dirci «ehi, da oggi ti distribuiamo di meno». Con un dato solo in mano, l’unica storia che riusciamo a raccontarci è una storia su di noi. E siccome a sminuirci siamo tutti bravissimi, la troviamo in fretta: il pezzo era debole, il titolo sbagliato o chissà cos’altro.
Sia chiaro, in tutto ciò non c’è una critica né alle piattaforme né alla scelta di entrare in gioco in un momento piuttosto che in un altro. È una pura osservazione, basata sulla mia esperienza. E che mi serve semplicemente - spero - nello scopo di alleviarti di un peso. Di toglierti almeno per qualche ora di dosso quei pensieri di inadeguatezza e di liberarti dall’ossessione di quel consiglio: “Pubblica con costanza e alla fine verrai premiat*”. Che è una frase che gira moltissimo nei corsi e sotto i post di chi spiega come si sta sulle piattaforme e che anche io pronuncio spesso nel corso delle consulenze. Perché è un concetto valido ed efficace, che arriva in buona fede da chi l’ha imparato quando funzionava davvero. Ma troppo spesso ci dimentichiamo che potrebbe avere una “data di scadenza” a seconda della piattaforma e del momento in cui ci troviamo.
Detto tutto questo, il mio non è un invito ad arrendersi, ci mancherebbe. Non ti sto dicendo di smettere di pubblicare, né di startene ferm* ad aspettare la prossima piattaforma vergine per arrivare prim*. Anche perché arrivare primi ha una fatica tutta sua: devi spiegare a tutti dove sei andat* a finire. E men che meno di mollare una cosa che ti piace fare solo perché adesso non la premia nessuno.
Ti sto proponendo di guardare due orologi invece di uno. Il primo è quello della piattaforma e ti dice in che fase sei entrat*, cosa ti sta pagando adesso e se la distribuzione è ancora gratis o comincia a vendersi. Mettiamoci in testa che questo non lo controlliamo e ogni tanto qualcuno lo sposta avanti di un’ora senza avvertire nessuno, per interessi che esulano dai nostri.
Il secondo orologio invece è il tuo e segna una cosa completamente diversa: a che punto sei tu. Da quanto tempo fai questa cosa e cosa sai fare oggi che due anni fa non sapevi fare. Quante delle persone che ti leggono ti seguirebbero altrove, se questo posto chiudesse domani. Va molto più piano e non manda notifiche, e forse è per questo che ce ne dimentichiamo.
Quando i numeri scendono, quello della piattaforma ti dice se sta capitando a te o a tutti. Il tuo ti dice cosa ti resta in mano comunque vada. Perché una piattaforma può non premiarti mai o resettarti la visibilità da un giorno all’altro, ma non può azzerare il tuo orologio: quello che hai imparato a fare e le persone che ti leggono (o guardano, o ascoltano) restano tuoi anche quando cambia la fase o quando cambi posto.
Torno alla partita da cui ho iniziato il ragionamento. Il minuto in cui entri in campo lo scegli tu, certo, ma a che punto sia davvero la partita lo scopri solo giocando. Quel minuto può pesare sul punteggio di oggi, ma non dimenticare che quanto hai imparato te lo porti alla partita dopo.
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