La partita è truccata, per colpa nostra
[Onde #243] Confrontiamo il montaggio degli altri con le nostre riprese sporche, e ne usciamo sempre perdenti.
Stai lavorando, decidi di aprire il telefono per una pausa di due minuti e nei primi scroll è già tutto lì: una collega che annuncia un cliente importante, uno che rilancia un progetto andato benissimo, qualcuno con i numeri di una community in crescita. Tre vite professionali apparentemente in discesa. Se in quel momento sei ferm* su una bozza che non vuole saperne di funzionare, senti arrivare quella piccola fitta.
La reazione che ci hanno insegnato è una: non confrontarti, ognuno ha il suo percorso. È un consiglio gentile ma, per come la vedo, decisamente incompleto.
Il confronto è il modo in cui leggiamo il mondo e gli altri: pensare di spegnerlo a comando è un’illusione. Il punto sta altrove, e riguarda cosa stiamo mettendo a confronto.
Quando guardiamo il risultato di qualcun altro, vediamo la parte più rifinita di tutto quello che ha fatto. Il post pubblicato è la versione che ha superato dieci scarti. La foto è quella scelta tra quaranta. La caption riscritta cinque volte. Il lancio impeccabile arriva dopo mesi che non abbiamo visto. Vediamo il montaggio; le riprese restano fuori campo.
Del nostro lavoro, invece, conosciamo tutto. I dubbi del mattino, le idee buttate, il pomeriggio in cui ci siamo arenati, la frase cambiata per la sesta volta. Conosciamo il grezzo, perché lo attraversiamo da dentro, minuto per minuto.
È come mettere il trailer di un film accanto alle ore di girato sporco da cui l’hanno ricavato. O il piatto fotografato per il menù accanto alla cucina in pieno servizio, con le padelle ovunque.
Sono materiali di natura diversa. Eppure il confronto lo facciamo lo stesso, decine di volte al giorno, e ne usciamo sempre perdenti, perché abbiamo truccato la partita senza accorgercene.
Fin qui sarebbe solo questione di umore. Il guaio serio arriva dopo ed è più silenzioso: quando iniziamo a prendere decisioni per colmare quel divario. Cambiamo rotta a un progetto perché sul feed sembra che tutti facciano altro. Acceleriamo un’uscita per non restare indietro rispetto a un risultato che abbiamo visto solo finito. Scegliamo un tema perché ha funzionato per qualcun altro. Le nostre scelte smettono di riguardare il nostro lavoro e diventano reazioni alla versione montata di un lavoro che, in quella forma senza sbavature, non esiste nemmeno.
E qui c’è il ribaltamento che vale la pena tenersi stretto. Di un processo creativo esiste un solo spettatore completo: chi lo attraversa, dall’idea confusa fino alla versione pubblicata. Per il tuo lavoro, quello spettatore sei tu. Di chiunque altro vedrai sempre la superficie, mai il sotto.
Vuol dire che sei anche l’unic* attrezzat* per giudicarlo sul serio. Eppure è proprio qui che ci facciamo male, tutti: pesiamo il lavoro che conosciamo dal di dentro su una bilancia fatta di superfici altrui, che non sapremo mai cosa nascondono. E l’unico giudice competente che ognuno di noi ha a disposizione finisce per condannarsi da solo, su prove che non ha mai avuto in mano.
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