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La scintilla non aspetta

[Marea #2] Sul perché la creatività smette di essere inaccessibile quando smetti di cercarla nel posto sbagliato

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Simone Pazzano
apr 26, 2026
∙ A pagamento

"Eh ma io non sono una persona creativa". È una frase che ho sentito e sento non sai quante volte, in corsi, consulenze, conversazioni casuali. La pronunciano persone che pubblicano contenuti ogni settimana, che costruiscono storie per altri, che risolvono problemi di comunicazione ogni giorno. Eppure si autoescludono, con una convinzione solida come un fatto. Sembra modestia. In realtà va più a fondo e fa molto più danno.


Stai leggendo la Marea, il long form mensile di Onde dedicato agli abbonati. Esce l'ultima domenica del mese ed è il formato in cui mi fermo su un tema che mi ronza in testa da un po’ e lo approfondisco per capire davvero cosa sta succedendo e cosa cambia per chi lavora nella comunicazione.


Il problema sta altrove

Negli anni, e ormai si stanno accumulando, ho lavorato e mi sono confrontato con tante persone nel mondo della comunicazione. Consulenti, professionisti, social media manager per brand di ogni tipo, persone che producono contenuti da anni. E quello della creatività è un tema che torna con una frequenza che a un certo punto ho smesso di ignorare.

Da una parte c’è chi si autoesclude dalla creatività con una convinzione solida come un muro: “io non sono creativ*, non lo sono mai stat*”. Lo dice quasi con rassegnazione, come se stesse descrivendo il colore del cielo. Un dato di fatto su se stessi ricevuto in qualche fase dell’adolescenza o nato in un momento di debolezza e mai più messo in discussione.

Dall’altra c’è chi nella creatività ci crede, ci si identifica, ma la lega a doppio nodo alla passione. “Devo trovare qualcosa che mi appassioni davvero”. “Non riesco a lavorare bene su cose che non mi appassionano”. “Ho perso la passione per questo progetto e non so come andare avanti”. La passione diventa il motore, il prerequisito, la condizione necessaria. E quando si smorza - come inevitabilmente succede - tutto si inceppa.

Quello che mi ha colpito nel tempo è che questi due atteggiamenti, apparentemente opposti, commettono lo stesso errore. Entrambi trattano la creatività come uno stato, qualcosa che hai o non hai, che senti o non senti. Qualcosa di esterno a te o comunque al di fuori del tuo controllo diretto.

Il problema sta lì. Più in fondo di quanto sembri.

La creatività funziona come una pratica, prima ancora che come uno stato.

E qui sta il punto che si vede meno: la passione è una sua conseguenza, una destinazione. Il punto di partenza è qualcosa di molto più accessibile, onesto e sostenibile nel tempo: si chiama curiosità.

La differenza è strutturale e cambia completamente il modo in cui ti rapporti al tuo lavoro. La passione richiede condizioni. La curiosità no. La passione si esaurisce.

La curiosità, se la alleni, si alimenta da sola. E soprattutto: la passione viene dopo la curiosità, non prima. Il problema è che nessuno te lo dice mai nell’ordine giusto.

La trappola con il fiocco

“Segui la tua passione” è uno dei consigli più ripetuti del mondo del lavoro creativo. Lo trovi nei TED Talk, nei libri di auto-aiuto, nelle bio di chiunque abbia fatto una scelta professionale coraggiosa. È un consiglio che ha tutta l’aria di una verità, ma che purtroppo funziona anche come trappola, proprio perché sembra buono.

Il problema sta tutto in quello che presuppone: una passione già formata, riconoscibile, disponibile. Come se dovessi solo trovarla, tirarla fuori, seguirla. Come se fosse lì da qualche parte in attesa di essere scoperta.

Per un comunicatore che lavora su brief non scelti, su clienti con cui ha poco feeling, su temi che non ha selezionato questa narrativa è quasi crudele. Se la passione è il prerequisito e tu non la senti, sei già fuori partita prima di cominciare. Stai lavorando su un progetto difficile convint* di fare la cosa sbagliata e questa è una condanna doppia.

C’è poi un secondo rischio, meno visibile, che riguarda chi la passione ce l’ha davvero. Elizabeth Gilbert, in Big Magic1, descrive qualcosa di preciso: trasformare la passione in fonte di reddito può ucciderla. Ha visto persone crollare convinte di dover vivere di sola creatività per potersi definire creative. La passione, messa sotto pressione economica e quotidiana, cede. È costruita per altro: brucia forte, ma ha bisogno di condizioni controllate per durare.

Quello che regge è qualcosa di meno spettacolare, ma di molto più robusto. Qualcosa che funziona anche quando l’umore è storto, il brief è noioso, il cliente è difficile.

La domanda che vale la pena farsi, allora, è più piccola, più onesta, più facile da rispondere anche nelle giornate storte: c’è qualcosa - qualsiasi cosa, anche banale, anche marginale - che mi incuriosisce adesso?

Quella domanda cambia tutto. Ma per capire perché, bisogna scendere un po’.

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