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Marea

Quello che tengo fuori dalla testa

[Marea #3] Sul secondo cervello come interlocutore, e sul perché funziona solo quando smetti di trattarlo come un magazzino.

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Simone Pazzano
giu 28, 2026
∙ A pagamento

Riceviamo ogni giorno più input e spunti di quanti ne useremo mai. Leggiamo, salviamo, sottolineiamo, ma poi - molto spesso - davanti alla pagina non esce niente. Fronte che pesa e stop, nient’altro. Solo un gran nervosismo. Un blocco che il più delle volte viene dal troppo pieno: siamo saturi e resta tutto inceppato dentro. Un secondo cervello1 serve a questo, prima ancora che a ricordare: a tirarlo fuori, perché la testa torni libera di fare l’unica cosa che le riesce meglio di ogni archivio: collegare e creare.


Stai leggendo la Marea, il long form mensile di Onde dedicato agli abbonati. Esce l'ultima domenica del mese ed è il formato in cui mi fermo su un tema che mi ronza in testa da un po’ e lo approfondisco per capire davvero cosa sta succedendo e cosa cambia per chi lavora nella comunicazione.

La paralisi del troppo pieno

Conosci quella sensazione di avere la testa troppo piena? Hai letto, salvato, ascoltato, sottolineato per settimane. E ne sei anche content*. Quando però ti siedi per scrivere - un articolo, una puntata, una mail che conta - non esce niente.

La cosa strana, se ci fai caso, è che le idee ci sarebbero pure. Troppe, tutte insieme, tutte ammassate dentro. Il problema è che non escono. Quello che senti è un peso sulla fronte, la sensazione di essere pien* fino all’orlo senza riuscire a versarne una goccia. Una paralisi da troppo pieno: dentro c’è tutto, e proprio per questo non si muove niente.

Te ne parlo perché per molto tempo ci sono cascato anche io. Mi raccontavo che assorbire e trattenere ogni cosa fosse una forma di ricchezza. Invece era un ingorgo, punto. Più accumulavo lì dentro, meno riuscivo a tirarne fuori qualcosa, e ogni volta che cercavo un’idea mi toccava rovistare a mano in un cassetto senza fondo.

Da scaffale a interlocutore

Il punto di svolta è stato uno: ho smesso di pensare al mio archivio come a un magazzino. Il magazzino lo riempi e te ne dimentichi, e lo riapri solo quando sai già cosa stai cercando. A me serviva un’altra cosa: qualcosa che mi rispondesse.

Un interlocutore, ecco. Uno a cui chiedere «ricordami quella frase», «cosa avevo pensato su questo tema», «cosa lega queste due cose così lontane». La differenza la fa quello che gli chiedi, più ancora di come lo costruisci. E perché ti risponda, prima lo devi riempire della tua roba vera: i pensieri grezzi, le sottolineature, le idee ancora informi, mezze. Tutto lo strato che viene prima di qualsiasi cosa poi pubblichi.

Il magazzino lo interroghi solo quando sai cosa cercare. Un interlocutore ti dà anche quello che non sapevi di chiedere.

Fuori dalla testa, al sicuro

Da quando pubblico newsletter ogni settimana - e in parallelo scrivo gli articoli per il mio lavoro di giornalista - ho imparato una cosa che prima mi sfuggiva: la testa è un pessimo posto dove conservare. Serve a pensare, collegare le idee, farle sbattere l’una contro l’altra. Ma a custodirle è lenta e in più te le fa pesare.

Così ho separato due gesti. Da una parte gli input: quello che voglio leggere, guardare, ascoltare finisce su Raindrop, così non mi balla più in venti schede aperte che poi chiudo senza aver letto. Dall’altra i pensieri miei, quelli veri - note, sottolineature, idee, collegamenti - che tengo su Obsidian. Nel primo metto la materia prima. Nel secondo la lavoro.

Per tanto tempo mi pesava salvare roba che poi non avrei usato. Mi pareva disordine, accumulo, tempo buttato. Oggi non più. Buona parte di quel materiale non diventerà niente, e va benissimo così: sta fuori dalla mia testa, al sicuro e, chissà, magari tra sei mesi si aggancia a qualcosa che adesso non esiste ancora. L’importante è che non lo stia più reggendo io.

Sembra poca cosa, lo so. Eppure è il ribaltamento che mi ha cambiato il metodo: smetti di pretendere che l’archivio sia completo e ordinato, e gli chiedi soltanto di esserci. Di tenerti la roba mentre tu fai l’unica cosa che sai fare meglio di qualsiasi cartella: collegare.

Ed è lì che, dopo anni, qualcosa ha ripreso a girare per il verso giusto. La testa, alleggerita, ha ricominciato a produrre: ha smesso di reggere tutto in una volta, e può finalmente muoversi.

Detta così sembra facile, lo so. E lo strumento - Raindrop, Obsidian, il quaderno, quello che ti pare - è la parte meno importante di tutte. La parte difficile è un’altra, ed è lo stesso motivo per cui quasi tutti l’archivio lo riempiono e non lo riaprono mai.

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