Adesso basta. Basta davvero.
[Onde #231] La sera non è un corso di miglioramento personale. È un rientro. E si può provare a farlo meglio.
Viviamo sempre di più nell’epoca delle routine, ci hai fatto caso? Ormai ce n’è una per qualunque cosa: la morning routine, la night routine, la routine per “massimizzare l’energia”, quella per “spegnere il cervello”, quella per “ripartire forte”. E pensare che fino a qualche anno fa era una parola che usavamo per indicare qualcosa di ripetitivo e noioso da cui fuggire! Oggi invece sembra l’àncora a cui aggrapparsi per mantenere un briciolo di salute mentale e fisica.
Insieme alle routine, abbiamo anche il boom delle liste: to do list per la giornata, per la settimana, per la vita. A volte sembra che, se non lo scrivi in un elenco, non esiste.
Ecco. Perché ti parlo di ciò? Perché - nonostante routine e liste siano strumenti utili (lo penso e le uso anche io, eh) - in mezzo a tutta questa ossessione per l’inizio (come parti, come ti carichi, come imposti la giornata) c’è un momento delicato che spesso viene trattato come un dettaglio e trascurato. E invece pesa tantissimo: mi riferisco all’uscita dal lavoro. Non solo quella fisica, dal luogo in cui lavoriamo, parlo anche di quella mentale. Quel tratto di tempo in cui chiudi l’ultima tab, spegni il computer, mandi l’ultimo messaggio… e in teoria hai finito. In teoria. In pratica molto spesso resti lì, con la testa ancora agganciata.
Il problema non è lavorare fino a tardi: a volte è necessario, a volte piace anche. Il problema è portarsi il lavoro addosso anche quando hai smesso. L’uscita è un passaggio, non un semplice gesto tecnico. E se non gli diamo importanza, la giornata non si chiude mai davvero.
Come ti anticipavo prima, molti parlano di routine serali, di rituali “virtuosi”, di abitudini per ricaricarsi. Spesso però finiscono per essere solo un altro elenco da rispettare. Appena chiudi una to-do list, ne apri un’altra: allenamento, meditazione, lettura, journaling, cena sana, gratitudine. Se anche tu ci hai provato, come il sottoscritto, ti sarai accort* che il più delle volte cambia il contenuto, ma resta la pressione. L’ansia di smarcare cose.
E viene da chiedersi: sì, ma io quando respiro?
Ciò su cui mi interessa soffermarmi sono le soglie. I gesti che non servono a migliorarti, ma a dirti che il lavoro, per oggi, può bastare. Ancora di più se lavori da sol* o sempre da casa. Un passaggio chiaro tra un tempo e l’altro. Un confine che non ha bisogno di essere efficiente.
Per qualcuno è dedicarsi alle piante sul terrazzo, per qualcun altro è cucinare con calma, senza fotografare niente. Per me, spesso, è una camminata senza auricolari. Piccole cose che dicono al corpo prima ancora che alla testa: adesso rientri nella tua vita. E che non devono essere per forza etichettate in una routine o in una lista.
La differenza sta tutta lì.
Rientrare non significa riempire il tempo libero di attività “giuste”. Significa tornare disponibili per quello che c’è fuori dal lavoro: una conversazione che non porta a niente, un silenzio che non va sfruttato, una noia leggera che non chiede soluzioni.
Quando salti questo passaggio, la giornata continua anche dopo. Ti porti addosso il lavoro a tavola, sul divano, a letto. In qualche risposta sgarbata a chi ti sta vicino. Quando invece trovi una soglia che funziona per te, la fatica cambia sapore. Rimane la stanchezza, certo, ma smette di essere appiccicosa. Diventa una stanchezza che puoi appoggiare da qualche parte.
Non servono rituali perfetti e l’ansia che si portano dietro. Servono gesti credibili (per te!). Gesti che non devi difendere, giustificare, ottimizzare. E che puoi ripetere anche nei giorni storti, proprio perché sono semplici.
Quali? Prova a cambiare prospettiva: non chiederti sempre “come posso ricaricarmi meglio?” - questa è una domanda che porta già dietro un po’ d’ansia da prestazione, non pensi? -, ma “come esco da questa giornata? come voglio concluderla?”. Se trovi una risposta che non odora di routine e nuova prestazione, sei sulla strada giusta.
🌊 L’Onda giusta
Mi è rimasto in testa questo post di Seth Godin perché mette a fuoco una cosa banalissima (e quindi facile da ignorare): nel momento in cui decidiamo, il “qui e ora” pesa più di quanto ricordiamo davvero di aver provato l’ultima volta. E così finiamo per ripetere scelte, abitudini, rinvii… come se fosse sempre la prima volta.
La sua proposta è un micro-hack: non un diario “da scaffale”, ma un appunto che ti recapiti nel futuro (tipo calendario), proprio quando stai per rifare quella scelta.
👉🏻 “Memo to the future”: lo leggi qui!
✨ Una newsletter può essere una buona conversazione, ma a volte serve davvero parlare.
Se hai bisogno di fare chiarezza, trovare una strategia o dare nuova energia alle tue idee, prenota una consulenza e lavoriamoci insieme!
💡 I link della settimana
💻 Lavorare - Come fare Content Marketing. Una guida lunga (ma leggibile) che rimette il content marketing al suo posto: non “pubblicare cose”, ma costruire fiducia nel tempo. Obiettivi, pubblico, canali, piano editoriale: la scaletta è quella, fatta bene.
📱 Social - Social Media Benchmark 2026: cosa dicono davvero i dati. I numeri non vanno messi lì per fare scena: vanno letti con contesto. Tipo: meno ossessione per like e commenti, più attenzione a condivisioni, salvataggi e tutto quello che succede “in privato” (DM, chat).
🛠️ Il tool - Immagini AI per le aziende: strumenti, suggerimenti e strategia. Non è un singolo strumento, ma una guida pratica che ti fa risparmiare tentativi a vuoto: quali strumenti usare e, soprattutto, come chiedere l’immagine giusta.
📚 Leggere - Gli imperfezionisti. Pensiero strategico per tempi incerti. Questo secondo me lo dobbiamo leggere tutti. È un libro per chi lavora in tempi incerti (cioè tutti, appunto). Il concetto di fondo: basta aspettare la strategia perfetta, meglio fare mosse piccole, reversibili, che ti fanno imparare strada facendo.
✍🏻 Scrivere - Come scrivere comunicati stampa che piacciono (anche) all’Intelligenza Artificiale. In parole povere: meno frasi gonfie, più chiarezza. Attacco “domanda/risposta”, dati precisi (così l’AI non si inventa nulla), elenchi puntati e 3 mini-FAQ in fondo: roba che aiuta sia le persone, sia gli algoritmi.
🎧 Ascoltare - Madeleine. La cucina ricorda. Un’idea bellissima e semplice: chiedere agli chef qual è il cibo che li emoziona. Da lì escono ricordi, persone, cucine di casa, identità. Più memoria che gastronomia “da vetrina”.
Qual è la tua soglia, quella che ti fa staccare davvero? Se ti va, rispondi a questa mail o scrivimelo nei commenti!



eh, la soglia. ad averla! da quando ho aperto la p.iva vivo in un continuum, non esistono nemmeno i fine settimana. per adesso non mi pesa perché penso che sto creando “la mia cosa”, ma sono consapevole del fatto che alla lunga sentirò il peso e la fatica di essere dentro “la mia cosa” 7/7 h24. spero di riuscire a disegnare un confine presto, grazie per aver condiviso questa riflessione, che ha innescato la mia.
Nel tempo sono riuscito a crearmi soglie diverse per diversi momenti e stati della giornata e della mia settimana. 3 anni fa, complice un calo di fatturato, ho ripreso in mano un sogno che avevo nel cassetto. Correre la maratona di NY. Prepararmi per la Maratona mi ha insegnato qualcosa di controintuitivo: per arrivare in fondo, bisognava che imparassi a rallentare.
Per anni ho creduto che il risultato fosse tutto.
Nel lavoro, nella crescita di un business, nella vita. Mi sono fatto condizionare dal giudizio degli altri, ho cercato di bruciare le tappe, di spingere sempre al massimo.
Eppure, da quell'anno, ora che corro, capisco quanto questa mentalità sia fragile, effimera. La corsa mi ha insegnato e continua a farlo (quest'anno ho corso Atene!) a stare bene con me e per me.
Quindi tornano alle soglie, quando sono fuori, con le mie scarpe allacciate, i miei pensieri e il terreno che scorre sotto di me, tutto il resto è leggero.