Meno fantasmi, più tracce
[Onde #230] Alla ricerca della "necessità interna". Perché rileggere Calvino fa sempre bene.
In questi giorni sto rileggendo Lezioni americane di Italo Calvino. È uno di quei libri che torno a prendere in mano a intervalli regolari, quando ho bisogno di rimettere a fuoco lo sguardo.
C’è un passaggio che mi è tornato addosso con una precisione quasi fastidiosa, come quando qualcuno descrive esattamente una cosa che tu senti ma non riesci a esprimere così bene. Calvino scrive:
Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio.
Leggendole oggi, viene da sorridere per l’attualità di queste parole. Lui scriveva così nel 1988. Noi nel frattempo abbiamo messo in tasca una cascata continua e l’abbiamo resa il sottofondo della vita. Oltre che una prolunga del nostro corpo. Scorri, guardi, salvi, dimentichi. E spesso ti resta addosso proprio quello che dice Calvino: non il contenuto, ma una sensazione di disagio. Una stanchezza che non sai spiegare, perché in teoria non è successo niente di grave: hai solo visto “cose”.
Il punto è: quante di quelle che incontriamo ogni giorno hanno davvero quella “necessità interna” di cui parla Calvino? Quante sono lì perché avevano qualcosa da dire, e quante perché dovevano solo riempire uno spazio e agganciare un secondo di attenzione?
Quando le immagini non hanno necessità interna, diventano leggere sì, ma in modo negativo: ti svuotano, non ti alleggeriscono. Passano e non lasciano niente, però si sommano. È come mangiare senza accorgersene: non ricordi i sapori, ma senti la pesantezza.
E qui la domanda smette di essere teorica e diventa pratica, soprattutto per chi lavora di comunicazione. Se siamo immersi in una pioggia continua, il nostro compito non è aggiungere altre gocce. È dare contesto. È creare immagini e parole che reggano uno sguardo in più, che non si dissolvano subito, che abbiano una densità. Non per “creare contenuti di qualità” come slogan, ma per rispetto: di chi guarda e di noi stessi.
Io me ne accorgo anche fuori dal lavoro. Quando smetto di accumulare “immagini” e mi fermo davanti a una sola cosa - un piatto fatto bene o una pagina letta con calma - cambia la percezione del tempo. Torna la memoria e torna una sensazione di presenza. È come se il mondo, improvvisamente, smettesse di essere un riflesso e tornasse a essere un luogo.
Come consumatori di contenuti, cibo, esperienze e relazioni, il tema è vedere meglio, non di più. Come comunicatori, provare a lasciare meno fantasmi e più tracce.
🌊 L’Onda giusta
Raffaele Gaito ha intervistato lo psicologo Gennaro Romagnoli su un tema che tocca tutti noi che usiamo l’intelligenza artificiale: il bisogno umano di connessione.
Il punto centrale è che siamo iperconnessi tecnologicamente, ma sempre più soli. E proprio in questo vuoto l’IA si inserisce con forza: tool che “ascoltano” sempre, non giudicano, sembrano capirci. Il nostro cervello fa il resto: tendiamo ad antropomorfizzare tutto ciò che interagisce con noi.
La distinzione che propone Romagnoli è interessante: c’è differenza tra connessione simulata e connessione reale. La prima può dare conforto e ridurre l’ansia, ma non espone mai al rischio della relazione vera, quella che invece contraddice e mette in discussione.
Attenzione però a non demonizzare. Il futuro sarà sicuramente ibrido: la tecnologia affianca l’essere umano e l’essere umano continua (deve!) a offrire ciò che la macchina non può dare.
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💡 I link della settimana
💻 Lavorare - Comunicazione aziendale efficace: linguaggio chiaro. Un promemoria semplice ma utile: se scrivi “da azienda” e nessuno capisce, stai perdendo pezzi di business. Qui si parla di chiarezza (frasi più corte, meno gergo), micro-testi che guidano, e di quanto la trasparenza (anche su prezzi/condizioni) costruisca fiducia.
📱 Social - Guida ai format video short-form per Instagram e TikTok. Una mini-mappa dei “copioni” che funzionano davvero. Con l’idea chiave che nei primi 3 secondi ti giochi tutto (hook) e che ormai i video sono anche “ricerca”, non solo intrattenimento.
🛠️ Il tool - Cuckoo. Un ottimo traduttore AI in tempo reale. Si “aggancia” alle tue call e ti aiuta a capirvi al volo anche quando in riunione volano lingue diverse.
📚 Leggere - Equilibrio. Più che “gestire il tempo”, qui si parla di dargli senso. L’equilibrio non come lusso personale, ma come tema collettivo (organizzazioni, cultura del lavoro, cura, parità). Da leggere quando ti accorgi che stai correndo… ma non sai più verso cosa.
✍🏻 Scrivere - Rinunciare alla scrittura a mano impoverisce linguaggio e cervello. Vuoi pensare meglio? Prendi carta e penna! Scrivere a mano attiva di più il cervello, aiuta concentrazione e memoria, e riduce un po’ la fatica da schermo.
🎧 Ascoltare - Genova Tapes. Una bellissima (e lunga!) chiacchierata tra Alessandro Baricco e Renzo Piano, che si raccontano davanti al mare. Architettura e letteratura che si incrociano, parlando di luce, leggerezza, suono e molto altro.
🌊 Mare - Se non l’hai ancora letta, ho scritto una puntata di Blu Mediterraneo che parla molto di comunicazione. È dedicata infatti all’antica lingua franca del nostro mare: il Sabir. Una lingua che non apparteneva a nessuno e per questo era di tutti. Puoi leggerla qui!
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Hai ragione Simone, l’attenzione è diventata fragile, anche custodirla è un lavoro. E forse è uno dei pochi su cui, come comunicatori, abbiamo ancora un reale margine di scelta. reintroducendo un principio di filtro: di densità, di gerarchia. Accettare che non tutto debba essere detto, mostrato, pubblicato ad ogni costo. Che il valore, oggi, stia anche in ciò che scegliamo di non far passare e che un concetto non debba per forza passare da una semplificazione dettata dalla fruizione di una piattaforma .